Trentino: morti per legionella, indagati 8 albergatori

Trentino: morti per legionella, indagati 8 albergatori

Tre anziani uccisi in agosto dal morbo contratto durante una vacanza in Paganella Gli accertamenti del Nas: emersi casi di scarsa manutenzione degli impianti idrici

Tre turisti morti in meno di due settimane, tra il 9 e il 22 agosto, dopo o durante un soggiorno ad Andalo e Molveno. Tre anziani che avevano scelto la Paganella per riposarsi e rilassarsi e sono stati uccisi dalla legionella. Adesso per quelle morti la Procura di Trento ha iscritto sul registro degli indagati per il reato di omicidio colposo il nome degli 8 titolari delle tre strutture che ospitavano gli anziani morti. Il primo, Celestino Marchesani 80 anni di Adria, era deceduto all’ospedale di Rovigo il 9 agosto. La seconda, Piermaria Maggi, 82 anni di Pavia e il terzo, Alessandro Barbera, 84 anni di Milano erano morti all’ospedale Santa Chiara di Trento il 16 e il 22 agosto. I carabinieri del Nas di Trento si sono mossi in seguito a questi due ultimi decessi e, con indagini certosine, hanno scoperto anche la prima morte che si era verificata lontana dal Trentino ed era stata segnalata solo successivamente in via amministrativa. Qualche giorno dopo l’Azienda sanitaria aveva inviato i propri ispettori per effettuare le analisi sugli impianti delle tre strutture ricettive ed era emerso che in tutte e tre era presente il batterio della legionella. Nelle indagini successive i carabinieri del Nas hanno anche accertato che l’estate scorsa in 14 strutture tra Andalo e Molveno ci sono stati 19 casi di legionella, compresi i tre che sono culminati con la morte. In un caso il paziente colpito è ancora ricoverato in ospedale. Per tutti i casi in cui non c’è stato il decesso la Procura di Trento, indagini coordinate dal pubblico ministero Marco Gallina e dal procuratore Sandro Raimondi, sta valutando l’ipotesi di lesioni colpose con l’aggravante della violazione delle norme. In questo caso quindi, si potrebbe procedere d’ufficio anche per le lesioni per le quali altrimenti non si potrebbe indagare penalmente, visto che nessuno ha fatto querela.

La Procura ha intenzione di chiedere un incidente probatorio per una doppia analisi, dal punto di vista microbiologico ed epidemiologico, dei campioni che erano già stati prelevati dall’Azienda sanitaria e che questa volta verranno esaminati alla presenza di periti di parte delle difese.

Dalle analisi dell’Azienda sanitaria era emerso che il batterio non si annidava nell’acquedotto pubblico. Quindi, i principali sospettati per il contagio, erano rimasti gli impianti delle singole strutture.

Le indagini dei carabinieri del Nas hanno messo in evidenza che nessuna delle tre strutture avrebbe rispettato le linee guida per la prevenzione e il controllo della legionella predisposte in accordo tra il governo e le regioni nel 2015. In particolare non sarebbe stato predisposto il piano di valutazione del rischio legionellosi, richiesto obbligatoriamente dalle linee guida.

Ovviamente il condizionale è d’obbligo perché ancora le indagini sono in corso. Ma gli accertamenti del Nas avrebbero messo in luce una grave sottovalutazione del rischio legionella da parte di quasi tutte le strutture interessate. Sarebbe emerse una lunga serie di leggerezze, tra cui la mancanza di adeguate manutenzioni degli impianti, sia di riscaldamento che idrici, e la non corretta gestione delle temperature nella rete di distribuzione interna alle strutture e nei serbatoi di accumulo dell’acqua calda sanitaria. Temperature che, in molti casi, sarebbero state tra i 25 e i 40 gradi, mentre le linee guida raccomandano una temperatura di almeno 60 gradi. Questo perché le temperature più alte uccidono il batterio della legionella, mentre a 40 gradi il batterio prolifera. Leggerezze ancora più gravi se si tiene conto che nella zona della Paganella la legionella è endemica, tanto che si sono registrati altri casi in serie nel 1997. Dai prelievi è emerso che il batterio della legionella sarebbe stato presente in quasi tutte le strutture i cui ospiti sono stati contagiati. E in alcuni casi in quantità molto elevate. Strutture anche moderne e di pregio, ma che, secondo la Procura non rispettavano banali norme di prudenza. In una di quelle in cui ha soggiornato un turista deceduto e dove si sono registrati anche altri quattro casi che hanno colpito due coppie che dormivano nella stessa stanza in tempi diversi, è stato constatato il malfunzionamento di una valvola dell’impianto dell’acqua calda, circostanza che ha favorito il proliferare del batterio. Adesso le strutture si sono messe in regola e l’inchiesta dirà se ci sono responsabilità penali.

fonte: giornaletrentino.it

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